Anche Steek scrive cose di fantasia


A parte i miei sempre inutilmente ed orribilmente osceni titoli che non attirerebbero nemmeno un cieco che ha sbagliato a leggere in braille, devo ammettere che quanto dice il titolo è la pura, vera ed inquietante verità.

PREMESSA: la colpa è tutta di Aura Conte, scrittrice pubblicata, che ha avuto la malsana idea di tirarmi in mezzo all’idea di una “scrittura collettiva” di un racconto collettivo a tema horror sul sito 20Lines.
LINES… all’inglese.. come LINEE… che lo so che avete subito pensato a “lines” come assorbenti, che io non sono icaro e le ali non le ho.

Comunque, funziona così: Aura ha scritto il primo pezzo, l’incipt, del racconto “LA FORESTA” (cliccate e leggete, non siate timidi) e poi gente si accoda scrivere come va avanti la storia.
A me è toccata la terza parte  (ma solo perchè Gina mi ha battuto sul tempo obbligandomi a rifare quella che era la mia seconda parte).

MA ORA VIENE IL BELLO: come il titolo stesso del sito, il pezzo di racconto da pubblicare deve essere lungo massimo 20 linee, cosa che non avevo MINIMAMENTE preso in considerazione, lasciando quindi allo stato brado la mia immaginazione, e scrivendone praticamente il DOPPIO.
Ovviamente ho dovuto sfrondare un sacco di cose (a mio modestissimo parere) fighissime che avrebbero aiutato, chi sarebbe arrivato dopo di me, a visualizzare meglio gli avvenimenti.

OLTRETUTTO quel sito barbino di 20Lines ha deciso che gli sto sulle palle (lo so, non è l’unico, ma almeno lui l’ha dichiarato) impedendomi di pubblicare a mio nome e l’ha dovuto fare la paziente Aura che penso che abbia la sacrosanta voglia di darmi un pugno, ma che con grande dolcezza ha detto di preferire la versione lunga a quella corta e sfrondata obbligati a pubblicare.

ECCO PERCHE’ ora, io, qui, per voi, miei amati hutzini (dehehiho), pubblicherò io mio pezzo di racconto in tutta la sua limitata magnificenza.

PERCHE’ NESSUNO METTE STEEK IN UN ANGOLO.

Consiglio: per capire bene, leggetevi le prime due parti, QUI.

Dovevo essere svenuta di nuovo perché mi risvegliai appesa a testa in giù, per le caviglie. Come una preda.
Come una fottutissima preda.
A CHE GIOCO STAVAMO GIOCANDO.
Ero terrorizzata e questo terrore mi bloccava; oltretutto sentivo qualcosa scivolarmi in faccia, qualcosa di liquido.
Dischiusi appena le labbra e con la punta della lingua sentii subito quell’inconfondibile sensazione metallica che solo il sangue sa dare.
Non che sia una vampira che beve sangue abitualmente ma, hey, chi non si è mai morso un labbro in vita sua.

Il cuore mi batteva sempre più forte.
“Come diavolo ci sono arrivata qui? Chi era quel maledetto bambino? Da dove arriva questo dannato sangue” la mia mente continuava a domandarsi come in un loop infinito, e con le poche energie che mi sentivo, provai ad alzare la testa per capire l’origine del sangue.

Come avevo fatto a farmi questa ferita sul fianco?
Sembrava profonda ma curata, o per lo meno non stava più sanguinando ma era chiaramente fresca.
Avrebbe dovuto farmi male, ma niente. Come fosse stata anestetizzata.
“CHI DIAVOLO MI HA CURATO?!
COME CAZZO CI SONO ARRIVATA QUI?!” era il pensiero che più mi terrorizzava.

Maledizione.
Ci mancava che iniziasse a piovere; lo diceva Aigor di “Frankestein Jr” che sarebbe potuto andare peggio, ma non pensavo potesse aver ragione.
Almeno la pioggia iniziò ad attenuare quell’odore nauseabondo.
Il freddo diventò insopportabile, ma tutta quella tensione non riusciva nemmeno a farmi tremare.
Muovendo lo sguardo, nonostante fossi al contrario, finalmente capii cosa stesse puzzando così forte e vidi una carcassa di quello che sembrava essere un cervo mezzo mangiato e putrefatto.
Sicuramente da degli animali.
Spero.
“Dio mio, come l’hanno sembrato male” a stento trattenni un conato.

Di nuovo. QUEL RUMORE.

Mi bloccai, fingendomi svenuta, tentando ogni tanto di aprire gli occhi, ma la vista era offuscata dal sangue e dall’acqua che mi colavano sopra.

Sembrava essere una figura umana, eretta, anche se accovacciandosi sul cadavere del cervo inizio a sembrare più un orso.
Sentii il rumore di ossa rotte e carne lacerata e strappata da morsi.
Un orso, sicuro, ma un orso come avrebbe potuto legarmi così.
E poi, improvvisamente, una voce roca: “Lo so che sei sveglia”.

 


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